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Aspetti del liv.35 nel videogioco “Evoluzione umana” (riflessioni sui Social Media)

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Come commensurereste l’equilibrio della vita? Provate a gravare un vascello in pendenza con qualcosa posta ad una delle sue estremità e vedrete verso dove inclina. Potreste presenziare fino a che sprofondi oppure potreste reagire ponendo qualcos’altro all’estremo opposto, di simil peso, in modo da controbilanciare. Il Tao e i Veda dispiegano questo concetto in maniera esemplare. Il gioco degli opposti, Ying e Yang, Shiva e Sakti, attivo e passivo, tutto quanto può essere descritto e catalogato per l’esistenza del suo contrapposto. 
Così, anche le nostre energie devono concorrere allo stesso destino. Il vascello siamo noi, e le energie premono verso i poli facendoci tendere qua e là. Esse sono le attrezzature o la cianfrusaglia posta in diverse aree del vascello esercitando il proprio peso, che appunto è una forza o un’energia. Ma attenzione! Troppa pressione di una cosa e si precipita! 

Ora, nel nostro vascello ci sta pure un addetto, un “custode” che comanda, che decide le disposizioni dei vari oggetti, che sistema, osserva e conduce. Mi sembra pure giusto, se no il vascello starebbe alla mercé di se stesso. Quindi a seconda della capacità di valutazione e dell’intelletto di questo “custode” nel posizionare le attrezzature e nel condurre la baracca, si determinano la “stabilità” del mezzo e le probabilità di successo di un viaggio da intraprendere.
Questo custode è la Volontà, che in questo caso è la volontà di un singolo, che sono io o te, cioè il vascello, ma a volte è anche la Volontà collettiva di un insieme di persone, che conducono un vascello un pò più grande. 
Lo schema rimane invariato in questa tripartizione per qualunque contesto , il corpo (vascello), il custode (la Volontà) e le attrezzature comprese o oggetti di qualunque genere (le energie). 
Il vascello potrebbe essere concreto come un animale o un edificio, oppure “concettualmente” concreto come una religione, una conoscenza, l’innovazione tecnologica o addirittura un social media.

Tutti questi corpi più o meno concreti o concettualmente concreti sono neutri, di per sé non hanno una positività o una negatività. Queste polarità vengono successivamente cagionate dall’energie coinvolte, gli attrezzi posti qua e là per il vascello. E chi sistema queste cose? Sempre il custode, cioè la Volontà, che di solito per i vascelli un pò più grandi è collettiva. Non si tratta più di un solo custode ma di una ciurma di custodi. Piccoli vascelli contenuti in un giga vascello, una specie di Matrioska esistenziale. 

Quindi le religioni, le dottrine, le scienze (ma più in generale un’ambiente o uno strumento) non sono ne buone ne cattive. Sta ai custodi al comando conferirgli certi attributi come sta alla volontà del singolo gestire, approvare ed arrestare le proprie azioni, ma NON le emozioni, quelle si manifestano a prescindere come risultante delle azioni intraprese, cioè delle energie esercitate, un pò come le reazioni chimiche. Mentos e Cola assieme e vedi che succede. 

Culminerei nel pensiero con un classicone: “Sei ciò che vuoi”. E così nel collettivo delle nostre volontà anche certi strumenti o dottrine (vascelli più grandi) diventano ciò che noi vogliamo.

Ad esempio, la religione non è ne giusta ne sbagliata. Nella sua enciclopedica raccolta di credenze e precetti, ognuno seleziona quelli che s’indossano meglio alla sua persona, o sarebbe meglio dire alla sua volontà, al custode del suo vascello. Chi poi mai potrebbe essere nel torto? Sicchè ogni dimensione preclude già tutte le possibili trasposizioni o versioni di se stessa. Nella nostra dimensione di vita, possiamo forse immaginare un colore nuovo, o un numero nuovo? In aggiunta a tutti i colori e i numeri già pre-esistenti?
Possiamo immaginare, quantificare, scegliere e rielaborare solo quelli che già esistono. 

[piccolo spoiler: di conseguenza tutto quello che possiamo immaginare può esistere, perché era già compreso nella sezione del pacchetto deluxe di questa dimensione, sotto il titolo di “Iperuranio” o “mondo delle idee”…E si! Se te lo stai chiedendo, intendo proprio dire che una pianta dragone alata sputa lame di ghiaccio potrebbe esistere.] Scherzo….

O forse no…

Anche la religione è nel suo “microcosmo” un pacchetto deluxe. Tutto quello che si fa in nome di essa è autentico. Ognuno immagina e rielabora tutto quello che essa può fare intendere, non c’è mica Dio che scende a dare una dritta. E così c’è chi uccide, c’è chi ama, c’è chi si finanzia, c’è chi aiuta e ci sono tutte le altre trasposizioni possibili ed immaginabili. Tanto a quanto pare sono tutte opere dell’ispirazione infusa da Colui che sta lassù. Non esiste chi sbaglia o chi è nel giusto, esistono interpretazioni accettabili e interpretazioni biasimevoli, ma la percezione di esse varia sempre dal contesto storico-culturale (e anche da quello che fa più comodo). 

Oggi, noi che viviamo in questo presente, possiamo vantare di essere stati testimoni dell’ascesa di un nuovo strumento (molto potente): i Social Media.
Per essere coerente col ragionamento posto in precedenza, cercherò di assumere una posizione neutra, e sicuramente non asserirò che i Social sono la rovina dell’umanità, come fanno alcuni dei “datati” (di età o di mente) brontoloni della generazione “dai sani principi”.
Anzi mi avvalgo nuovamente di quello stesso ragionamento per corroborare le mie tesi. 

Qua mi vorrei allacciare al pensiero di Rocco Ronchi (sotto in allegato il link del video dove espone il concetto di identità al tempo della rete), un filosofo italiano, che se non vado a falsa interpretazione, sostiene che i Social in qualche modo erano già qualcosa di pre-compreso nel pacchetto della nostra evoluzione, cioè una delle tante possibili funzionalità impostate in origine (e poi processate) nello sviluppo del “software” dell’essere umano, quindi non una conseguente perversione dell’Io a fronte di un cambiamento sociale e tecnologico. Se dovessimo immaginare il corso dell’evoluzione umana trasposto nella codificazione di un videogioco a livelli, potremmo dire che la scoperta del fuoco combacerebbe con il superamento del livello 1 o 2, mentre l’invenzione dei social combacerebbe col superamento del chissà, forse il livello 35 (su una scala di 100 livelli).
Comunque, lungi da me dall’entrare nel merito e traviare la linearità cristallina del suo discorso, però credo vivamente che il mio pensiero in qualche modo, anche in minima percentuale, sia attinente al suo.

Ecco qua il link del video: https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Ronchi-lidentit224-al-tempo-del-web-f195896f-a496-440a-89a2-b2c21dcd6dd6.html

Quindi, anche qui rammento la tripartizione metaforica del vascello (per esempio Instagram), del custode (la nostra volontà soggettiva e collettiva) e del peso/disposizione delle attrezzature e che tipo di attrezzature (le energie esercitate). A seconda della nostra volontà individuale o collettiva , i social possono metamorfosare la propria natura, divenendo uno strumento virtuoso per un attimo ed uno strumento infimo per l’attimo seguente. Possono informare o manipolare, possono ispirare o far comprare, possono connettere le persone o possono saturare le attitudini relazionali, possono promuovere il vero o promuovere il falso. Proiettano la nostre volontà come un caleidoscopio, modificando perpetuamente gli assetti degli ingranaggi sociali.

E’ facile per alcuni di quei “datati” esponenti della generazione “dai sani principi” chiamati in causa prima, sparare a zero sulle attitudini “Social” dei freschi nuovi millennials che vengono spesso considerati come degli incompetenti traviati dalle nuove tecnologie, la nuova “gioventù bruciata”. Quanto m’incazzavo quando la mia generazione (poco antecedente a quella dei millennials) veniva criticata come se la responsabilità di questo cambiamento fosse solo nostra.
E non intendo dire che noi siamo esenti da colpe, però le generazioni future ereditano quello che le generazioni passate lasciano.
Non siamo stati noi a costruire le fondamenta di un sistema capitalistico alimentato dal consumismo più sfrenato; non siamo stati noi ad eliminare gradualmente dai primi mass media il più possibile del materiale istruttivo e di cultura per aumentare gli ascolti con una ricca sequela di porcherie inscenate ad hoc per promuovere dei valori, dei gusti e delle tendenze relazionali infime e superficiali; e non siamo stati noi ad auto-incoraggiarti di stare comodi nella nostra bolla di comfort ed egoismo, in modo da essere completamente estranei alla realtà e la crudezza del mondo, così da privarci inconsciamente di sperimentare ciò che è REALE e ciò che è diverso. Se non crediamo più in qualcosa e se non riusciamo più ad abbracciare una causa all’unanimità, è anche perché gran parte di voi, a cui spesso piace fare i santoni dell’etica del lavoro o gli emissari del vangelo dei “sani principi”, ha contribuito a lasciarci in eredità un sistema claudicante e dei principi superati che non convincono più per l’inadeguatezza col sistema attuale.
Avete partorito un mostro, l’avete nutrito e tutelato, e ora che il mostro è cresciuto troppo ed è diventato ingestibile, avete pensato bene di darcelo in custodia lavandovene le mani. 
E’ facile parlare quando non ci sono state le possibilità o le opportunità di dimostrare il contrario.
Sono sicuro che se avessero inventato i social media subito dopo il dopoguerra, ora i nostri genitori non si comporterebbero tanto diversamente da come ci comportiamo noi.
Ma così non fu e così rimarremmo sempre con questo dilemma, continuando a sentirci dire: “Eh ma noi ai nostri tempi facevamo così e cosà!” .. e io aggiungerei “Eh certo! Perché non potevate fare diversamente!”.

Scusate questo concitato sfogo, non voglio generalizzare e dare la colpa ad una generazione intera, ma vorrei appunto far notare che la responsabilità non è unilaterale. Lo scenario sociale di oggi è il risultato di una lunga e pregressa catena di cause ed effetti, e tutti dovremmo prenderne atto, dai più piccoli ai più anziani.

Comunque, a proposito dei nostri genitori…

Prima dell’era dei lockdown, mi capitava spesso di andare a casa del mio caro amico Andrea. Passavamo le ore in soffitta a parlare del più e del meno (quella soffitta è diventata una specie di base segreta). Un pomeriggio incalzammo in questo argomento, cioè quello dei Social, e Andrea mi fece notare come i nostri genitori siano stati un po’ gli epigoni del “Posto fisso”, il Sacro Romano Posto fisso.
Penso che fino ad una quarantina di anni fa (ma anche meno), si cresceva diventando un mestiere. Nel senso che non solo s’imparava un mestiere, ma era come quasi se il mestiere in sé si sovrapponesse al riconoscimento dell’individuo, in termini di identità.
Cioè non c’era il Franco che ha avuto esperienze come panettiere, piuttosto c’era Franco IL panettiere. Il termine “panettiere” identificava Franco.
Questo forse perché fino ad una quarantina di anni fa le aspirazioni personali erano molto più modeste. Quali potevano essere gli obiettivi?
Credo che per la gran parte dei casi, si portava avanti il mestiere dei padri, oppure ci si formava in qualcosa negli istituti tecnici o professionali, poi contratto indeterminato in azienda, posto fisso a vita, un buono stipendio, matrimonio con la cottarella di lunga data, famiglia, vacanze estive e natalizie, e via così…fino alla pensione. 

L’offerta di realizzazione personale a quei tempi non penso fosse stata così vasta come lo è diventata oggi. Il Franco non aveva modo di considerare tante altre strade di come invece ha modo di fare un millennial in questa epoca. Quante possibilità ci vengono offerte da Internet, dai suoi motori di ricerca e dai Social? E non parlo di offerte lavorative, intendo l’opportunità di vedere molteplici realtà alla velocità di un click.

Penso sempre al periodo antecedente l’ascesa del web, come si potevano raccogliere informazioni su un determinato argomento se non compiendo una zelante ricerca nelle riviste, nei giornali, nei libri di testo, nelle biblioteche o consultando persone di competenza? Già questo itinere avrebbe costituito una considerevole prova a beneficio della crescita personale. 
Noi invece, se vogliamo sapere qualcosa, con un click possiamo accedere ad un numero infinito di informazioni, senza dover mai consultare un libro.
Non c’è bisogno di far notare quanto possa essere superficiale questo tipo di ricerca, che più che una ricerca diventa una selezione. Si da un’occhiata al volo e per la valanga di pagine (web) riassuntive si estrapolano/selezionano le informazioni più convincenti, magari quelle recensite meglio. Il pro è che si può scandagliare quasi qualunque cosa in breve tempo, per giunta col “quasi” libero accesso a molteplici ed istantanee correlazioni, facendo così a meno di intraprendere quell’itinere citato prima. Il contro è privarsi di quella “prova” e di quella crescita personale, scaturita anche da un’indagine più approfondita e più autentica.

Ora, questa dicotomia tra ricerca e selezione è presente in ogni sezione strutturale della nostra società e potrebbe essere trasposta analogamente alla percorrenza di una tratta verticale o di una orizzontale. 

Ad esempio, è ricorrente anche nella sezione dei rapporti “amorosi” (che poi, per la maggior parte, in base alle mie teorie amorosi non sono). Quanto può essere difficile imbarcarsi in una relazione duratura oggigiorno? Magari ai tempi dei nostri genitori si conosceva una ragazza al mare e da cosa nasceva cosa, oppure si presentava l’opportunità di entrare in intimità con un’affetto di vecchia data dello stesso paesino. Se distanti, le conoscenze dovevano essere “casuali”, differentemente ci si doveva accontentare con quello che potevano offrire i paraggi. Gli incontri erano più spontanei e sicuramente c’era meno “competizione”.
Ma adesso con i Social, abbiamo cataloghi sempre aggiornati di maschi e femmine di ogni età, etnia e provenienza (sia culturale che geografica). Possiamo entrare in contatto con un* ragazzo/a che vive dall’altra parte del mondo, che difficilmente avremmo potuto conoscere nella vita “analogica” in balia del caso (uso questo termine per convenzione, ma ora come ora al caso ci credo poco).
Attenzione, lungi da me dal giudicare, non sto dicendo che è un bene o un male, le energie coinvolte differiscono nel singolo, ma la massa si distingue sempre per la configurazione di una maggioranza di individui concordi (più o meno) a dei valori e delle consuetudini comuni, e quindi molto probabilmente anche ad un influsso energetico comune (si è quello che si vuole).
Premetto di avere delle posizioni un pò controverse riguardo la comune narrazione dell’idilliaco rapporto amoroso. Se fosse per me, separerei con nettezza l’infatuazione visiva-carnale (attrazione sessuale) con la sfera sentimentale, anche se purtroppo, per come è stato configurato questo mondo, dobbiamo fare i conti quasi sempre con la prima per accedere alla seconda, con tutte le problematiche e le ipocrisie che questo passaggio possa far scaturire.

[Per fare un’analogia, il rapporto tra attrazione sessuale ed amore, sta come al rapporto tra l’avere semplicemente fame e avere il desiderio di diventare uno chef stellato. L’unico elemento in comune tra i due è il cibo, ma una è un’esigenza fisiologica, e l’altra è un’aspirazione professionale nel prestare un servizio ad altri..ma magari tratterò meglio questo argomento in un successivo articolo].

Capite che se le relazioni vengono fondate esclusivamente su una forte e forse reciproca attrazione sessuale, ed il suo consequenziale sentimento d’affetto, diventa molto difficile restare saldi su quella linea. Siamo onnivori, ci piace mangiare di tutto. Se ci piace la torta ci può piacere anche il pollo al forno, e non è che dopo aver consumato una torta la fame non tornerà più, e non saremo mai più interessati a prelibarci, per esempio, un bel piatto di polenta e cervo in salmì. Poi è vero che ognuno ha il suo metabolismo, ma ora immaginatevi di trasporre quasi il 90% della vostra vita “alimentare” su delle specie di piattaforme denominate “Foodbook, Eatstagram, oppure Tindessert” ed essere perpetuamente travolti da foto e suggerimenti di cibi pronti o leccornie di ogni tipo.
Poi, ho ben ragione di credere che possa diventare sempre più difficile consumare sempre una torta, se non si conoscono e non si apprezzano in profondità i suoi valori nutrizionali.

Detto questo, direi che c’è una gran bella differenza con le generazioni passate.

Passatemi la rudezza di questa espressione, ma se una volta per conoscere tante/i ragazze/i bisognava muoversi, e al massimo se ne potevano conoscere (e relazionarsi) 1 o 2 a sera, ora con Tinder se ne possono conoscere 10 contemporaneamente senza neanche muoversi di casa…

Ed è lo stesso per quanto riguarda il mondo delle opportunità e delle professioni. Quanti posti, realtà ed opportunità possiamo scandagliare nel web senza neanche muoverci di casa? Penso ai millennials, perché dovrebbero incaponirsi col posto fisso in qualche settore, se vedono che si può vivere di Youtube, o che si guadagna di più facendo gli Influencer, i trapper o le porno-modelle su Only Fans. Perché dovrebbero accontentarsi e soffermarsi a lavorare nell’azienda di un di paesino di 20.000 abitanti quando vedono che ci sono tante opportunità all’estero? Perché fare solo una cosa o un’esperienza quando se ne potrebbero fare parecchie? Anche se per la verità, la precarietà di questo momento non permette di fare altrimenti.

Non c’è ne bene ne male, c’è solo chi e cosa vuole e chi e cosa vende. E chi si riempie le tasche è colui/colei che capisce quello che il collettivo vuole veramente.

C’è da dire una cosa però, probabilmente le generazioni scorse sapevano e sapevano fare poche cose, ma diventavano irraggiungibili conoscendo le loro perizie fino in fondo, mentre noi sappiamo e sappiamo fare molte più cose, ma trasmodiamo di mediocrità.

Quel pomeriggio in soffitta, Andrea mi fece questa domanda:

  • E’ meglio scalare una sola montagna e raggiungere la vetta per godersi il panorama? 
  • O è meglio scalare tante montagne, fare un’esperienza unica per ciascuna, ma non raggiungere mai una vetta?

Voi cosa scegliereste? 

1 thought on “Aspetti del liv.35 nel videogioco “Evoluzione umana” (riflessioni sui Social Media)”

  1. Trovato super interessante l’argomento e come l’hai posto, mi aiutato a convincermi sempre di più che il successo della vita sia quello del trovare il proprio equilibrio, partendo da noi stessi fino a quello che ci circonda. E buffo perché oggi seguendo una lezione di etnografia delle professioni, il prof ci ha letto una lettera in cui lo scrittore denominava la generazione antecedente alla sua come, “generazione bruciata”. Il prof c’ha chiesto quando secondo noi era stata scritta la lettera, ed io ero stra convinto che fosse di qualche nonno attuale, ma in realtà era stata scritta nel 700, cosa che costata quanto ci si soffermi sulle differenze generazionali evidenziando solo quelle negative senza rendersi conto che sono risultato di ciò che stato prima, e devo dire che prima di questo articolo in qualche modo anche io recriminavo un po questa cosa alle nuove generazioni, senza soffermarmi su quanto hanno da offrire. In merito all’ultima domanda, mi sono trovato in difficoltà perché mi piace finire ciò, che inizio, ma mi piace anche fare diverse esperienze per diventare sempre più duttile. Quindi direi fare esperienza di tante montagne senza raggiungerne la vetta. Anche perché trovo che nella vita, non esisti una vetta concreta e tangibile, perché è un continuo muoversi di situazioni e con loro, anche quell’ipotetica vetta. Per cui oggi nel raggiungere la tua vetta scopri d’aver solo raggiunto una parte della montagna.

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